Sono convinta che il sommo autore dell'opera citata in una parte del titolo mi perdonerà e non verrà nei miei sogni a redarguirmi per aver storpiato il suo capolavoro. Giuro che ho letto il libro. Giurin giurello, si dice così?
Questo nuovo post è arrivato quasi per caso, avrei aspettato un altro po', ma ho sentito le parole arrivare e ho sentito il bisogno di lasciarle anche qui e farvele conoscere. Condividere è come prendersene cura.
Qualche giorno fa ho coniato il mio hashtag estivo #maiovolevosoltantoleferie. Cosa vuol dire? Per me il riposo è sacro, non è soltanto il dolce far niente, è lusso di fare schifo e non riempire buchi. Ci sta tutto, ma forse io ne ho tappati troppi nelle settimane precedenti.
Ero stanca, talmente stanca che non sono riuscita a dormire come volevo io. Troppo rumore, troppi stimoli, troppo tutto, e il troppo non è sinonimo di bene in questo caso, il mio. La sveglia non ha suonato, ma la mia mente e il mio corpo hanno deciso che svegliarsi all'alba era un modo per mettere in chiaro alcune semplici cose.
E con un sprezzante o sprizzante "Signorina!" (ma che odio nei confronti di questa parola), sono venuti a farmi ciao con la manina e non solo. Mi hanno redarguita con la bacchetta e con belle parole: ma chi ti credi di essere tu? Sei umana, chi sei, un robot di ultima generazione? Cosa pensi di fare? Scendi dal piedistallo e ascoltaci bene!
Non vi dico la pesantezza di certe paternali. Come una litania, come si dice "agg perduto o suonno e a fantasia" e anche la forza che poi ho dovuto ritrovare per tirarmi su per riprendermi. Io faccio così, ho dovuto trovare strategie e mezzi perché non ce la facevo.
Dopo l'ondata di #mainagioia, ho cercato di trovarne una con i miei mezzi, mi sono fermata un po' e per forza di cose perché non riuscivo a fare altro. Poi, ho ripreso con le lunghe passeggiate mattutine, poi sdraio sul terrazzo con vista impalcature e poi mi sono finta morta perché davvero ero senza forze e senza pace.
Poi? Poi che? Ah, libri, ho ricominciato a leggere come un tempo e distrarmi con le pagine mi ha aiutata un po' a fuggire dalla bruttezza, e siccome pure le mie occhiaie stavamo diventando trolley da viaggio, mi sono data un po' al trucco e parrucco che fanno sempre bene. Non ho mascherato, quello no.
Guardarsi allo specchio quando non si sta bene non è facile, ma ho preso il toro per le corna e i capelli bianchi, e ho dato un po' di colore e luce ai miei occhi. Una bella luce che sono riuscita a sentire io, non vedere, proprio sentire. Perché si sente quando si riesce a respirare meglio, le rughe si distendono e il battito non è accelerato.
Insieme a una certa luce, anche un venticello fresco e una tempesta in arrivo sono d'aiuto. Ritrovo la calma. La sofferenza è un bello schifo, a volte accolgo le emozioni e sto ad ascoltare, a volte colgo piccole meraviglie e gioie ed è grazie a me. Ed è grazie a me se qualche volta riesco anche a "sorriderne" di questo schifo.
Tutto ciò per dire che la tristezza non è un problema da risolvere (ispirazione tratta da Goodbye to all that di Sari Botton), ma una porta da aprire. Se rimane chiusa, non ci concediamo la possibilità di conoscere la nostra unicità e autenticità. Io sto cercando di essere me e questo può piacere o far paura.
La fragilità non è una devianza, è una poesia da scrivere. Vera e genuina, carezza e schiaffo.
