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| (Van Gogh, Palazzo Fondi, Napoli, marzo 2022 "... Spesso penso che la notte sia più luminosa e colorata del giorno... ") |
I giorni e i minuti trascorrono, non chiedono il permesso per andare avanti, non ti ascoltano quando chiedi un attimo di tregua per poter respirare. È che la tua voce, la mia voce hanno bisogno delle giuste note per trovare la propria corda da funambolə. Tu mi senti cantare? Tu mi vedi danzare?
Succede durante certi viaggi che alcune tappe e soste non siano proprio come ce le aspettavamo. A volte ci sentiamo fighə come surfistə capacə di dominare onde californiane. A volte ci si ritrova in galleria, a luci spente, con la bici e, nonostante le rotelle e le protezioni, si può cadere rovinosamente a terra.
Eh, ma io non sono né surfistə né ciclistə, ma una fanciulla con lo scudo. Ho dato per scontato qualcosa. Mi sono sentita più guerriera, più forte, padrona del mondo, carica, e non mi sono accorta che stava arrivando un carico di emozioni poco diplomatiche e piuttosto saccenti.
Le mie penne colorate, i miei taccuini, i miei profumi, la camicia a fiori, il suono del mare hanno provato a sorreggermi, a farmi resistere, a non farmi cadere. Io, però, ero (lo sono ancora) esausta, e mi sono accasciata su un cuscino nemmeno troppo morbido.
Dall'alba al tramonto, mi sono ritrovata con vento, pioggia, freddo, con la mia resistenza fatta di gocce salate, mascara non resistente come la pece, caramelle mou alle 5 del mattino, il contorno occhi che non fa miracoli, ma ti salva la faccia per qualche ora. Per giorni e settimane sono andata (ancora oggi) avanti così.
Qualche debole raggio di sole che ho colto non so come, mentre certe emozioni mi hanno dato la caccia. Ho corso, ancora corro, non si sono arrese e non si arrendono. E neanche io ci penso nonostante i colpi. Lo scudo è ammaccato di nuovo, il mio mantello è la perenne sensazione di essere un palloncino in balìa di spilli lanciati come frecce.
I palloncini, lo sappiamo, hanno bisogno di volare per essere se stessi, nonostante tutto. Trovano una finestra aperta per prendere la rincorsa, e non importa cosa c'è fuori perché sanno cosa c'è dentro.
E io, in una sera e mattina difficili come tante, ho accolto un abbraccio virtuale di una persona che è distante soltanto fisicamente. Ho accettato un invito a pranzo confortante come il calore del camino della casa di famiglia. Ho ascoltato il canto di un operaio noncurante dell'altezza, ma soltanto della potenza della sua voce. Ho visto un azzurro bello e unico in una parte di cielo che resiste alle nuvole e rincorre il sole.
Parentesi di felicità inaspettata, come ricorda Raymond Carver nella sua meravigliosa Happiness. Ho abbozzato un sorriso e ho pensato che avrò anche io voglia di cantare senza timore e se lo farò, vorrà dire che sto bene, anzi benissimo, lì, sì proprio lì, a quell'altezza.
Se mi sentirai cantare, significherà che sono arrivata fino a te, non importa da quale altezza.

Bellissimo ❤️
RispondiEliminaGrazie per il tuo commento. ❤️
RispondiEliminaSei arrivata, forte e travolgente. Stupenda.
RispondiEliminaGrazie infinite, Carmen. ❤️
RispondiElimina💗
RispondiEliminaGrazie ♥️
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