È passato poco più di un mese dal mio ultimo post. In questo lasso di tempo, qualcosa è successo, ho raccolto qualche piccola grande gioia. L'ho fatto seduta sulla mia Panchina e tirando un sospiro di sollievo.
Chi l'avrebbe mai detto, mi ritrovo a parlare di me, di me e delle mie emozioni, di quelle che si possono toccare, sfiorare, sfogliare, leggere. Emozioni che ti fanno respirare, non annegare, ti fanno volare leggera in alto, ma sempre con i piedi per terra.
È successo perché ho deciso di far succedere. È un bel concetto di successo. Non sentirsi arrivatə no, non questo. Arrivare nel senso di sentirsi prontə a decidere e non far decidere. Era aprile, una notte emotivamente tempestosa, la mia mente non sembrava, era proprio uno di quei treni merci carichi di pensieri. Era tutto molto pesante.
È stato talmente faticoso che ho impiegato un po' per riuscire a scendere. Non c'era fermate adatte, non c'erano, o sembravano non esserci. Io non avevo comprato quel biglietto, quello non era il mio treno. Così dopo lunghe e interminabili ore, ho preso coraggio, è stato più forte della paura, e ho fatto un bel salto.
Mi sono ritrovata in un posto bellissimo, il mio posto, una panchina con vista mare, la brezza leggera, il calore di una tazza del mio amato caffè, senza dover dar di conto a ciò che mi tormentava. Libera da catene e catenacci, i miei lineamenti distesi, a respirare profondamente senza troppe domande.
Così è nata Panchina, un testo a cui tengo particolarmente. Parole che rappresentano, sono me e sono meraviglia se le si legge in un certo modo. Sono la mia bellezza.
Immaginarsi in un posto dove non si è
seduta su una panchina
a catturare il respiro del mare
a sciogliersi in una tazza rovente
a godere del sapore del caffè
senza più il bisogno di rispondere ai perché.
(I poeti di Via Margutta, vol. 80, Dantebus)
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